La ricerca del Centro Trasfusionale guarda alla prevenzione

Conoscere i fattori di rischio per la propria salute è il primo passo per prevenire complicanze che possono essere anche molto gravi. Per questo la nuova ricerca si propone di sviluppare più efficaci strategie di prevenzione. Di questo e altro tratta l’intervista al professor Luca Valenti, chiamato dal primario dottor Daniele Prati a gestire la ricerca del Centro Trasfusionale
 
Professor Valenti, da alcuni mesi ha preso servizio presso il Centro Trasfusionale con il delicato compito di occuparsi dei progetti di ricerca. Vuole parlarci della sua esperienza e dei suoi programmi?
La mia storia comincia proprio qui al Policlinico, dove ho studiato e lavorato per la maggior parte della mia carriera a parte un breve periodo negli Stati Uniti.
Dopo la laurea mi sono specializzato in Medicina Interna, e sono poi entrato nell’Università lavorando sempre in questo Ospedale. Nell’ambito del dipartimento di medicina mi sono poi occupato prevalentemente della cura dei pazienti con malattie del fegato, del metabolismo e genetiche.
Mi ha sempre affascinato il ruolo dell’ereditarietà nel determinare il rischio di malattia per cui con il supporto di alcuni collaboratori abbiamo messo in piedi un laboratorio ed una linea di ricerca che nel corso degli ultimi anni ha contribuito a chiarire le principali cause ed i meccanismi alla base dello sviluppo di malattie del fegato e delle loro complicazioni sia epatiche che a livello dell’intero organismo. La nostra speranza è che queste scoperte possano presto portare a miglioramenti nei metodi di diagnosi e nuove efficaci terapie.
Quando il direttore mi ha prospettato di passare al Centro ho capito che avrei avuto la migliore opportunità di proseguire quanto fatto finora.
 
Come responsabile della ricerca dovrà tracciarne le linee…
La nuova ricerca sarà tesa a sviluppare più efficaci strategie di prevenzione. In particolare ci proponiamo di applicare nuovi strumenti per predire il rischio di problemi cardiovascolari e di malattia del fegato, basati sull’utilizzo di marcatori genetici e molecolari. L’obiettivo è individuare più precocemente e con più precisione chi sarà suscettibile di sviluppare questi problemi, in modo da essere in grado di attuare approcci di prevenzione personalizzati ed identificare se necessario la terapia migliore per il singolo individuo (la più efficace e con meno effetti collaterali). Il dottor Guido Baselli che è arrivato al Centro con me in particolare mi supporterà negli studi di genetica. In collaborazione con il dottor Prati e tutti i medici, ricercatori ed il team del Marangoni, mi dedicherò anche alle linee di ricerca che rappresentano un punto di forza del centro: terapie cellulari avanzate, studi epidemiologici, miglioramento nella produzione di emocomponenti… c’è molto lavoro da fare.
 
I nuovi percorsi nella direzione della prevenzione diretti ai donatori di sangue stanno particolarmente a cuore alla nostra Associazione. Ha già qualche idea in proposito?
Si, abbiamo già attivato un ambulatorio di medicina interna ed epatologia, che condurrò con la dottoressa Serena Pelusi, una mia collaboratrice internista che mi ha seguito qui, dedicato ai donatori per cui emerga un rischio di complicanze cardiovascolari ed epatiche. Per identificare precocemente chi abbia bisogno di interventi di prevenzione mirati, ed eventualmente terapie specifiche, insieme con il dottor Prati e tutto il team di medici stiamo studiando come ampliare lo screening annuale nei donatori che potrebbero trarne beneficio. Tra l’altro saremo presto in grado di offrire, tramite una nuova strumentazione in maniera non invasiva, la valutazione dell’accumulo di grasso epatico e dell’infiammazione che ne consegue (una spia della presenza di alterazioni del metabolismo), nei donatori con “fattori di rischio”, per esempio in sovrappeso e con pressione alta.
 
Che idea si è fatto dei nostri donatori?
Il nuovo modello di medicina “personalizzata” che è basata sulla capacità di predire i rischi per la salute, con l’obiettivo di prevenirne le complicazioni, richiede proprio il coinvolgimento e la partecipazione attiva dei soggetti.
Alla fine migliorare la salute riducendo anche i costi. I donatori sono il “campione” migliore per cominciare ad applicare questo modello: persone motivate ed attente al mantenimento della salute, che credono nella medicina, altruiste e disposte a dedicare un po’ del loro tempo per studi che possano essere utili in futuro ad altri, oltre che a loro.
 
Intervista di Eloisa Consales

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