La Chirurgia d’urgenza di Vittorio Staudacher

Il 23 novembre si è tenuto presso la Sala del Consiglio dell’Università degli Studi di Milano l’incontro della serie “I grandi medici del Policlinico” dedicato a Vittorio Staudacher, il chirurgo fondatore della Chirurgia d’urgenza del Policlinico di Milano.
Grande l’affluenza di pubblico: la famiglia, gli allievi, gli amici e la cittadinanza hanno partecipato ognuno serbando un ricordo di questo grande medico.
In questa intervista raccogliamo la testimonianza del dottor Maurizio Sallusti, allievo di Staudacher e chirurgo di urgenza del nostro Ospedale.
 
A proposito della sua esperienza in Chirurgia d’Urgenza Staudacher ebbe a dire “Stando qui alcuni anni imparo a fare il chirurgo in maniera nuova. Mi trovo quotidianamente di fronte a una casistica complessa…” Dottor Sallusti, vuole commentare queste parole?
Conobbi Staudacher esattamente 40 anni fa quando, studente del 5° anno di medicina e già allievo interno in una Clinica Chirurgica, entrai in contatto con la magica atmosfera della Chirurgia d’Urgenza (CDU) del professor Staudacher e capii che quella sarebbe stata la mia strada e proprio in queste parole sta secondo me la spiegazione del fascino esercitato su un giovane studente dall’ ambiente della CDU alla fine degli anni 70.
Vi era infatti, e vi è tuttora in questo ambito, l’opportunità di affrontare un’amplissima gamma di problematiche chirurgiche sia spontanee che traumatiche nella loro fase di acuzie e questo comporta la necessità di interpretare in modo corretto e rapido quadri clinici anche complessi onde prendere per tempo gli adeguati provvedimenti.
 
Cosa caratterizza l’attività del chirurgo d’urgenza?
Credo si possa dire che l’attività clinica del chirurgo d’urgenza sul singolo malato sia in costante divenire in funzione del variare delle serie condizioni e va oltre il semplice gesto chirurgico in quanto si deve provvedere, spesso in un lasso di tempo breve, a una corretta diagnosi e contemporaneamente al riequilibrio delle condizioni generali per mettere in grado il paziente di affrontare l’ intervento chirurgico. Questo processo di presa in carico del paziente critico deve proseguire poi nel postoperatorio e ovviamente non può prescindere da una stretta collaborazione con l’anestesista/rianimatore. Per questo motivo è indispensabile che tra il chirurgo d’urgenza e l’anestesista/rianimatore esista il più completo affiatamento e si costituisca un team abituato a lavorare gomito a gomito, testa a testa. Tale condivisione è fondamentale specie in alcuni momenti critici, come quando si deve scegliere se porre l’indicazione chirurgica in casi limite quando labile è il confine con l’accanimento terapeutico. È proprio in questi momenti che al paziente e ai famigliari va presentata una completa valutazione clinica e delle soluzioni terapeutiche possibili così da potere condividere con loro la scelta migliore .
 
Nella sua attività di chirurgo cosa è rimasto dell’insegnamento di Staudacher?
A mio parere due sono i cardini dell’insegnamento del professore sempre validi: la centralità del malato come individuo e l’approccio fisiopatologico.
È proprio nel momento in cui il paziente, magari in precedente pieno benessere, si trova in una situazione di patologia acuta, che rischia di mettere a repentaglio la sua vita o la sua integrità, che può emergere la fragilità dell’individuo. È perciò fondamentale, come insegnava il professore, avere con lui un atteggiamento fortemente empatico e nello stesso tempo rassicurante, facendogli capire che si trova di fronte a medici che hanno ben chiaro come gestire la situazione che tanto lo preoccupa. Inoltre accostarsi al suo letto con atteggiamento colloquiale spesso permette di raccoglier informazioni fondamentali per un corretto inquadramento clinico.
Il secondo punto chiave dell’insegnamento del professore è l’approccio fisiopatologico. Occorre cioè sia nella fase diagnostica, che in quella terapeutica, comprendere le alterazioni delle funzioni dell’organismo determinate dall’evento acuto. Sarà allora molto più semplice giungere alla diagnosi interpretando i sintomi perché questi non sono altro che la conseguenza delle alterazioni della normale fisiologia. A questo proposito, rappresenta ancora oggi la base del mio approccio alla patologia acuta l’interpretazione fisiopatologica del dolore, tanto cara al professore, che risponde principalmente ai quesiti: “Come e dove è insorto il dolore? Con che caratteristiche? Come si è modificato? Da che fenomeni è stato accompagnato?”. Queste riflessioni spesso orientano sulla diagnosi permettendo di mirare gli accertamenti strumentali ed evitare tante indagini alla cieca.
Qui torna in gioco l’importanza dello stretto rapporto con il paziente perché il miglioramento o il peggioramento degli equilibri fisiopatologici possono essere colti solo grazie a frequenti rivalutazioni, che idealmente per un certo lasso di tempo dovrebbero essere effettuate dallo stesso medico. Ovviamente ciò non sempre è possibile; ne consegue l’importanza che il gruppo dei chirurghi d’urgenza abbia una formazione omogenea, ci sia assoluta fiducia reciproca e all’interno del gruppo si instauri una comunicazione efficace.
 
Come era organizzata la Chirurgia d’Urgenza di Staudacher?
Quarant’anni fa la CDU era formata da un numero abbastanza esiguo di chirurghi che gestivano gli interventi urgenti senza fare materialmente parte dell’organico di Pronto Soccorso, dove, a inquadrare i pazienti con qualche problematica chirurgica turnavano i colleghi delle chirurgie di elezione.
I malati con patologie chirurgiche documentate o da indagare venivano ricoverati in Chirurgia d’urgenza e nella grande maggioranza dei casi da noi operati.
Va anche ricordato come il professore aveva organizzato all’interno del suo Istituto anche le attività complementari indispensabili: la Traumatologia d’urgenza; l’Endoscopia d’urgenza, che ci ha permesso di maturare un’esperienza credo unica nella diagnosi e nel trattamento endoscopico delle emorragie digestive; l’Antishock, vera e propria piccola rianimazione con la possibilità di gestire i pazienti intubati, che ci ha permesso non solo un’attività assistenziale di altissimo livello, ma anche importantissime ricerche cliniche su svariate patologie acute (pancreatite acuta, cirrosi complicata, sepsi ecc.).
 
Che ‘eredità’ ha lasciato? Quale scuola?
Mi piace ricordare che a partire dai primi anni ‘80 dal nostro gruppo gemmarono prima la chirurgia del San Raffaele, con i professori Di Carlo, Staudacher e Chiesa, a seguire quella della neonata facoltà medica della Bicocca con i professori Uggeri e Nespoli e quella dell’IEO con i professori Andreoni e Biffi nonché i primariati ospedalieri del dottor Anselmi e del dottor Bragherio. E sempre dal nostro gruppo originario la straordinaria esperienza del Trauma Center di Niguarda grazie all’impegno del professor Chiara e le esperienze di chirurgia ‘umanitaria’ del dottor Strada con Emergency e del dottor Setti Carraro.
In seguito per un lungo periodo la Chirurgia d’urgenza del Policlinico ha preso in carico tutta la parte chirurgica del Pronto Soccorso con un organico estremamente ampio.
Ora si sta forse tornando all’idea di affiancare un chirurgo d’urgenza al medico di Pronto Soccorso: un chirurgo consulente e gestore dei casi di competenza chirurgica, che a ben pensarci non è che il ritorno all’impostazione lungimirante che il professor Staudacher aveva dato al suo Istituto.
Si tratta di un percorso impegnativo, irto di difficoltà, ma sono proprio queste radici che spero aiutino il nostro gruppo a ripartire, memori dei valori del passato ma aperti ai nuovi sviluppi della chirurgia moderna.
 
Intervista di Anna Parravicini

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