L’Associazione presenta Marco Ferretti

Il dottor Marco Ferretti da gennaio ricopre in Associazione la carica di Direttore Sanitario. In questa intervista la sua storia professionale, i suoi obiettivi e i suoi progetti

Dottor Ferretti, lei da gennaio ricopre il ruolo di Direttore Sanitario della nostra Associazione, questo anche in forza della sua pluriennale esperienza di internista presso l’ospedale policlinico. Ci parli del suo percorso professionale.
Ho studiato Medicina all’Università Statale di Milano, laureandomi nel 1978, dopo aver frequentato gli ultimi tre anni di corso presso il Policlinico nelle vesti di studente interno in Clinica Medica, come allora usava. Poi ho svolto un tirocinio pratico in Medicina d’Urgenza, dove sono sicuro di aver contratto il ‘virus’ dell’attività clinica: infatti, da allora, non sono più riuscito ad abbandonare il lavoro quotidiano nei reparti di medicina del Policlinico. Sono stato Assistente e poi Aiuto in Medicina interna, Ematologia, Medicina d’urgenza e Pronto Soccorso (lunga recidiva del virus) e infine in Geriatria, guidato da primari di riconosciuta preparazione ed esperienza come Massari, Randazzo, Mannucci e Vergani. Se tanti anni fa il tratto comune alle diverse specialità poteva essere lo studio e la cura di una singola patologia acuta, in seguito ai moderni mutamenti demografici l’impegno si è tutto spostato sul trattamento della polipatologia. Ho cercato di adattarmi a questo epocale cambiamento specializzandomi nel corso del tempo in Geriatria e in Psichiatria, differenti per origine culturale ma entrambe preziose nella cura ottimale dei pazienti e dei loro familiari. Infine, mi sono interessato alla pianificazione della cosiddetta dimissione protetta, da intendersi come l’estensione riabilitativa a domicilio delle cure post-ospedaliere. 

La medicina oggi è sempre più indirizzata verso un approccio di iperspecializzazione. Questo se da un lato permette interventi puntuali nella diagnosi e nella terapia, spesso comporta di perdere di vista la globalità della persona. In cosa consiste invece l’approccio dell’internista?
Secondo me, il medico internista considera la salute non come la semplice assenza di malattia o infermità, ma come la pronta disponibilità di adeguate risorse fisiche, psichiche e sociali; l’atto di cura, pertanto, non può più limitarsi alla risoluzione delle singole patologie, ma deve tendere al ripristino e al mantenimento dell’autonomia funzionale per l’intera persona. Tutto ciò è sempre più evidente in questi tempi, quando ormai prevalgono le patologie croniche, le disabilità e i disagi assistenziali. Io sono convinto che le cure raggiungono una qualità migliore solo quando il medico riesce a integrare tutta la tecnologia delle moderne terapie con l’attenzione empatica alle valenze soggettive del paziente essendo una visione olistica di tutti gli aspetti che contribuiscono al mantenimento della salute.

In questi mesi ha avuto modo di conoscere la realtà dei donatori di sangue: che idea si è fatto di questa popolazione?
In queste prime settimane ho potuto conoscere di persona molti donatori di tutte le età, e perciò ho maturato un’idea originale di questa particolare popolazione. Innanzitutto spicca in loro una costante e aperta generosità, e devo dire che tale qualità non è così scontata quando si rivolge a sconosciuti. Ma io vedo in loro anche un’attitudine a proteggere consapevolmente la propria salute, con giusta attenzione al proprio fisico, cautela nelle relazioni interpersonali e prudenza verso l’ambiente. Si capisce che per loro, come anch’io dico, la salute è una risorsa nella vita quotidiana da sfruttare già nell’oggi, senza attendere il futuro.

Quali sono le sue aspettative? E il suo programma?
Questo mio nuovo lavoro mi permetterà di raggiungere tante persone operose e sane per contribuire sia al mantenimento ottimale delle donazioni di sangue, sia alla cura della salute stessa dei donatori. A questo proposito, ho intenzione di aggiornare le procedure relative alle visite di idoneità dei donatori e di personalizzare alcuni controlli medici e di laboratorio secondo potenziali fattori di rischio. Sappiamo infatti che molte persone sono considerate sane, e dunque idonee per successive donazioni, anche se presentano alcuni dati biochimici alterati rispetto alla norma. Possiamo quindi suddividere il grande gruppo dei donatori normali in vari sottogruppi a seconda di queste varianti che entro certi limiti restano ininfluenti, ma che talvolta si modificano nel tempo preannunciando qualche malattia. Si tratta in pratica di prevedere il livello di salute di una persona valutandone statisticamente ciascun rischio per poter intervenire prima che questo si traduca in patologia clinica. Sarà un campo di applicazione del connubio fra assistenza e ricerca dal quale ci aspettiamo notevoli risultati.
Lavorerò in sintonia con i colleghi medici del Centro, già esperti e qualificati, nella consulenza medica e nell’organizzazione degli impegni; avvierò alcuni progetti di collaborazione con altri reparti dell’Ospedale Maggiore Policlinico che, a sua volta, sta aggiornando i modi dell’assistenza all’interno di una tradizione plurisecolare.

Intervista di Eloisa Consales

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